A tavola: tra cibo ed emozioni



Esiste un filo, tenace ed intricatissimo, che lega il cibo alle nostre emozioni. Avete mai intrapreso un percorso di dimagrimento avendo l’impressione di mangiare solo per il dovere di farlo? Avete mai mangiato senza rendervi realmente conto delle quantità? Quando siete stressati lo stomaco si chiude o sentite un impulso irrefrenabile che vi porta a mangiare senza controllo? Avete mai mangiato per tristezza? E per gioia? Forse per noia? Tutti noi abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita cosa significhi mangiare “con il pilota automatico inserito”: le regole della dieta, l’emozione, l’istinto o qualcosa di molto più profondo accende quell’ interruttore…è possibile disattivarlo?

Il nostro rapporto con il cibo è condizionato da tantissime variabili.


A partire dalla nostra storia di vita. I genitori o chiunque ci abbia seguito dalla nascita ci dà un’impronta alimentare profonda e resistente a partire dalla porzione, la velocità di assunzione, la scelta dei cibi…ma non solo. Può succedere che i genitori rafforzino, inconsapevolmente, l’abitudine ad utilizzare il cibo come consolazione o distrazione. Dare un biscotto ad un bambino che piange per essere caduto dalla bici lascerà l’impronta: il cibo mi distrae dal dolore. Dare un biscotto ad un bambino che piange perché la mamma va a lavoro lascerà l’impronta: il cibo mi consola dalla carenza di affetto. E così via… sono tanti i possibili scenari. Nell’età adulta arriva la mancanza di tempo, lo stress e l’ideale del fisico perfetto che non riesce mai ad essere così perfetto come vorremmo ed il rapporto con il cibo diventa sempre più distorto e le emozioni rischiano di prendere il sopravvento.

Esiste un modo per tagliare il filo tra cibo ed emozioni?


Credo proprio di no. Ma esiste un modo per costruire un rapporto consapevole con il cibo, che ci riconduca all’origine: mangiare per nutrirci, consci delle nostre emozioni senza esserne ossessionati.

Procediamo a piccoli passi. Ogni punto rappresenta un piccolo- grande traguardo:

  1. Impariamo a riconoscere quali soni i cibi che funzionano per noi da “trigger” e ci spingono a mangiare in modo disfunzionale, ossia senza controllo. Ne esistono alcuni per cui questa tendenza è solitamente più spiccata: cioccolato, biscotti, frutta secca, pane, patatine, gelato, insaccati, dolci in genere.
  2. Impariamo a riconoscere cosa sta innescando il desiderio di mangiare: fame, stimoli visivi ed olfattivi, stimoli mentali (leggere una ricetta, immaginare il nostro piatto preferito), stimoli emotivi (ansia, tristezza, rabbia, felicità…) o stimoli sociali (feste ed inviti a cena).
  3. Mettiamo da parte i giudizi! Ora che sappiamo distinguere se siamo o meno di fronte ad un cibo “trigger” e conosciamo il motivo per cui stiamo per mangiare proviamo a mettere da parte i giudizi verso noi stessi ed i pregiudizi verso quello che stiamo per mangiare: se sto per cedere ad una tentazione non sarò un fallimento, non sarò ingrassata immediatamente dopo aver mangiato quel qualcosa in più rispetto ai programmi, quell’alimento non mi farà del male. L’importante è mantenere il controllo: come? Leggiamo l’ultimo passaggio!
  4. Utilizziamo tutti i sensi: tatto, olfatto, vista, udito e gusto senza avere fretta.



Facciamo un esempio pratico…


Provo a spiegarmi meglio: sono triste ed ho i biscotti in mano, so che due forti “trigger” (un cibo di cui sono particolarmente golosa ed una forte emozione) sono presenti. Il rischio di perdere il controllo è alto. Devo abbandonare l’idea di mangiarli? Devo far finta di niente e lasciarmi andare all’istinto del momento? Esiste una terza strada: scegliere consapevolmente quanti mangiarne senza dover per forza rinunciare ed incrementare desidero e frustrazione. Posso prenderne un paio, riporre la scatola in dispensa e, senza giudicarmi, godermi quei biscotti per quello che realmente sono: due biscotti. Li tengo in mano, ne sento il profumo, scruto curiosa la texture dell’impasto…posso anche immaginare gli ingredienti all’interno o riconoscerli. Ne porto uno in bocca, lo sento prima scrocchiare e poi sciogliersi in bocca. Tutta la mia attenzione si è focalizzata sull’esperienza che sto vivendo, senza giudizi ad interferire.

Ogni volta che riusciremo a rallentare e controllare l’impulso staremo nutrendo la fiducia in noi stessi. Tutti abbiamo dei punti deboli, conoscerli serve ad indirizzare il nostro lavoro di rinforzo!

Cibo ed emozioni: domande alla psicologa


Dott.ssa Valentina Topini


Psicologa – Specializzanda in Psicoterapia Psicoanalitica Esistenziale

Dott.ssa Valentina Topini, co-autrice dell'articolo: A tavola: tra cibo ed emozioni


I “piccoli passi” che ho elencato nell’articolo possono essere accomunati in due parole: “Mindful eating”. Cosa significa?


La consapevolezza del qui ed ora, il modo in cui percepiamo noi stessi mentre mangiamo. In altre parole significa apprezzare il cibo che ingeriamo e la relazione di questo con il nostro corpo.

Quando tutto questo sembra irraggiungibile è possibile rivolgersi ad un professionista?


È necessario intraprendere percorsi di consulenza e sostegno psicologico, si tratta di uno spazio di riflessione e confronto che ci accompagna nel complesso viaggio di conoscenza di noi stessi, una guida introspettiva verso un miglioramento alimentare orientato al COME mangiamo piuttosto che al COSA mangiamo.

Come possiamo spiegare in poche parole cosa è la fame emotiva?


Quando si parla di fame emotiva facciamo riferimento a quel meccanismo mentale con cui crediamo che mangiare sia la strategia più efficace per proteggersi dalle emozioni negative. Si tratta di cibo che viene utilizzato per controllare il nostro stato d’animo, ma allo stesso tempo attiva un pensiero rinforzante, un circolo vizioso di preoccupazioni che dominano il rapporto emozioni – cibo.

Quindi corpo e mente si condizionano a vicenda, come?


Secondo gli esperti ogni organo è sede di emozioni diverse, le quali sono anche attivate in base agli alimenti che consumiamo. Ad esempio è stato dimostrato come i cereali contribuiscano a regolare le emozioni in quanto alimenti ricchi di vitamina B, essenziale per il sistema nervoso. In relazione a questo è stato visto che un consumo frequente di cereali può ridurre i livelli d’ansia ed incidere sulla nostra capacità di problem solving. Allo stesso modo ingerendo cibi che sottopongono il fegato ad un carico di lavoro eccessivo (mi viene in mente l’alcol), le emozioni che verranno attivate possono riguardare l’ira, la collera, l’aggressività o l’impazienza. Infine è necessario sottolineare la forte connessione tra i piaceri della gola e i piaceri della sfera sessuale, come punto d’incontro tra desiderio e piacere. Tutto ciò evidenzia come l’alimentazione sia connessa con lavita emotiva, in cui il nostro mondo interiore rappresenta il “condimento” del cibo.

Come possiamo concludere questo concentrato di informazioni sulla relazione tra cibo ed emozioni?


“Noi siamo ciò che mangiamo”, già a metà del 1800 il filosofo tedesco Feuerbach metteva in evidenza la connessione tra corpo e psiche. Questo profondo legame a volte consente di esprimere un bisogno d’amore, un tentativo di riempire un vuoto emotivo che per qualche ragione si è creato dentro di noi. Altre volte racconta di aspetti simbolici legati alla socialità, un banco di prova per la definizione di sé, in cui il cibo diventa l’oggetto di mediazione nelle relazioni. Alla luce di tutto ciò è necessario sottolineare l’importanza di imparare ad ascoltare e conoscere il proprio corpo, un corpo che parla e con il quale è possibile entrare in contatto attraverso le nostre emozioni. Questo è essenziale per raggiungere i nostri bisogni più profondi, individuando l’effetto energetico che gli alimenti hanno su di noi.

LETTURE CONSIGLIATE

Mindful Eating: Cambia il tuo modo di pensare il cibo

Mindful Eating: Una metodologia innovativa per regolare il rapporto con il cibo




Diabetes Spectr. 2017 Aug; 30(3): 171–174.Mindful Eating: The Art of Presence While You Eat. Joseph B. Nelsoncorresponding author

Lupton D., Food, The Body and the Self, Sage, 1996 (Ed. Italiana L’anima nel piatto. Ed. Il Mulino, 1999)

Appleton K. M., & McGowan L., (2006) “The relationship between restrained eating and poor psychological health si moderated by pleasure normally associated with eating”, Eating Behaviors, 7, 342-347

Remick A.K., Pliner P., McLean K.C., (2009), “The relationship between restrained eating, pleasure associated with eating, and well-being revisited”, Eating Behaviors, 10, 42-44